la focarazza

la contesa dello stollo
foto: daniele badini

Davide Mariotti

La Focarazza di Santa Caterina è conosciuta come uno dei più antichi riti del fuoco della Montagna Amiatina, legato al festeggiamento del martirio della Santa patrona, Santa Caterina d’Alessandria o delle ruote, a cui è dedicata la Cappella di Santa Caterina, ed a cui poi si somma tutta la sfera pagana, legata ai riti propiziatori di fine estate e inizio inverno che accomunano tutta la montagna.

Ogni anno, giovani emigrati fuori dal paese per studio o lavoro, figli di Santa Caterina sparsi per la Provincia di Grosseto, stanziali del luogo di tutte le età, ognuno con la propria storia, si ritrovano intorno alla luce dello stollo infuocato, preparato la mattina stessa con legno di cerro e frasche di scopo, che illumina di rosso e arancio la notte limpida. Una cascata di lapilli e ceneri che si riversa su spettatori, appassionati di etnografia e tradizioni, fotografi.

A seguire, una volta sparpagliate le braci, si svolge la rocambolesca contesa dello stollo, o“tiro” come si dice a Santa Caterina. Ogni contrada del paese cerca, con mezzi più o meno leciti, di tirare lo stollo all’interno della propria contrada, e dopo essere riusciti con immani fatiche, si rizza al balcone di qualche casa, decretando così la fine della contesa e delle ostilità.

Nei giorni seguenti il tronco di cerro tanto agognato passerà alle ceneri, queste ultime saranno sparse per i campi delle famiglie appartenenti alla contrada vincitrice, come buon auspicio di buon raccolto per l’anno venturo.

Uno degli aspetti più interessanti della cultura popolare, crediamo sia il fatto di venire a contatto con eventi, fatti e ricordi che vengono trasmessi e tramandati ancora oralmente, di generazione in generazione, dalle persone che la storia l’hanno vissuta o gli è stata raccontata, per arrivare fino a noi, che dobbiamo essere i custodi di questi preziosi racconti facenti parte della Storia, quella grande che leggiamo nei libri o in antichi documenti.

Così questo racconto, ci viene tramandato dal sig. Balilla Romani, che ne aveva ricercato a suo tempo le fonti storiche, insieme con l’ex sindaco di Roccalbegna Alessandro Giustarini. Questa l’intervista, curata dalla cara amica, guida Ambientale ed antropologa, Carla Pau:

E poi una battaglia… combattuta casualmente nel giorno della ricorrenza del martirio di Santa Caterina, il 25 novembre, di un 1555 in cui la Repubblica di Siena era esule a Montalcino ma ancora cercava di schiacciare i ribelli sparsi sul territorio amiatino, tra cui Roccalbegna. Il mio anziano amico Badengo, appassionato e studioso di storia locale, vissuto fino all’età di 7 anni a Santa Caterina, aveva un nonno originario di generazioni di Roccalbegna, che raccontò a lui, come lui fa ora con noi, come andò davvero la faccenda. Sembra che quel 25 novembre del 1555 il piccolo esercito Rocchigiano ribelle alla Repubblica di Siena, appena venne a sapere dell’imminente arrivo delle truppe francesialleate della Repubblica, il famoso esercito francese con artiglieria all’avanguardia contro cui non poteva difendersi nessun muro fortificato di quell’epoca, decise di uscire coraggiosamente dalle mura e andare incontro ai francesi, per lo meno per difendere le mura cittadine e i suoi abitanti e allontanare il più possibile la battaglia dalla centro abitativo. I Rocchigiani avrebbero presumibilmente risalito il promontorio che divide la Rocca dall’attuale Santa Caterina, dove allora probabilmente vivevano più famiglie dislocate su tutta la valle, adoperate al lavoro dei campi e ad attività silvo – pastorali, fermandosi poco distanti dalle truppe francesi, dotate di artiglieria moderna e cannoni potenti, che da li avrebbero comunque raggiunto il paese fortificato dagli stessi senesi circa 300 anni prima. L’unico modo per bloccarli sarebbe stato bloccare l’artiglieria e indurli alla ritirata: il capitano del piccolo esercito rocchigiano ebbe un’intuizione disperata, “forse sussurratagli all’orecchio da Lei”, racconta B., riferendosi alla Santa, soccorsa in aiuto dell’esercito Rocchigiano che combatteva nel giorno del suo martirio. “Detto questo” racconta il Signor B. “passo a fornirti la formula della polvere da sparo: Salnitro, carbone e zolfo in proporzione di 75 parti del primo, 15 del secondo e, dieci dell’ultimo ingrediente. (Saprai senz’altro che ad inventarla fu un monaco che, cercando la “Pietra Filosofale” con la quale si pensava si fosse potuto produrre l’oro, mise insieme questi tre elementi e, poi, certo di averla finalmente trovata, esclamò: – il diavolo mi porti se stavolta non ho trovata la formula per fare l’oro! – Ma quando fece per avvicinarsi al fuoco, vide sprigionarsi tale una fiammata che mancò poco morisse di paura.  Allora, le armi da fuoco di una volta, mi riferisco ora ai cannoni, erano costituite da una canna di varie proporzioni, che poggiavano su di un affusto, che montato su ruote poteva più facilmente trainarsi dove si voleva. Vi si metteva innanzitutto la carica, ossia la polvere da sparo, la si pressava usando della stoppa per separarla, ovviamente, dal proiettile altrimenti non sarebbe “partito”, poi sempre sulla canna, ma dalla parte esterna e, piuttosto sul fondo, era situato uno scodellino che attraverso il “focone” ossia un foro che conduceva all’interno della canna, messa in questo scodellino una certa quantità della solita polvere, però questa molto raffinata, toccata con la “bacchetta d’artiglieria” ossia un ferro o legno di una certa lunghezza che si metteva ad ardere sul fuoco, dava fuoco alla polvere che si trovava internamente e faceva partire il colpo”. Rubare la bacchetta poteva significare prendere tempo ma addirittura bloccare le operazioni di guerra dei francesi, che a quel punto, senza la loro arma più potente, si sarebbero trovati corpo a corpo con l’esercito Rocchigiano. “I rocchigiani” continua il Signor B. “corsero in gruppo, immagino disarmati, magari per far credere ai francesi che avessero voluto disertare e unirsi a loro e, magari quest’ultimi, non avranno dato tanta importanza a quel correre veloce. Poi, quando si resero conto che quelli li stavano a fr….., intervennero. Ma a loro toccò la parte incandescente e, figurati che gusto! sicché, dopo poco dovettero lasciare la presa per cui i rocchigiani, un po’ per la fretta di allontanarsi, un po’ perché, ora, il terreno si presentava loro molto in discesa, in un batter d’occhio furono in grado di essere al sicuro” e i francesi, coinvolti al “tiro” dello stollo, trovandosi dalla parte della bacchetta ardente dovettero prima o poi cedere e abbandonare la rappresaglia, e racconta B., “privati della loroarma più temibile andare a rischiar di perdere la vita per la Repubblica di Siena, che non sapevano neanche se al loro arrivo a Montalcino fosse esistita ancora, armi e bagagli presero la via del ritorno. Con poco onore, virgoletta il cronista di quei tempi”. I Rocchigiani avevano a quel punto salvato la propria gente, le proprie mura e la propria terra, con un’ingegnosa furbata degna di essere ricordata. Per far le cose per bene allora venne eretta per grazia ricevuta la Cappella dedicata alla Santa martire probabile ispiratrice dello stratagemma – chi lo sa – nello stesso luogo in cui probabilmente per la prima volta si trovarono due eserciti a contendersi uno stollo, da cui sarebbe dipesa la vita di una comunità, l’onore di un popolo o la disfatta e la fine. Lo stollo di cerro, simbolo della bacchetta d’artiglieria e della vittoria da allora venne innalzato presso Poggio le Forche, non lontano dalla Cappella, sempre più grande, sempre più pesante,sempre più alto, nel giorno della ricorrenza del martirio della Santa, ma soprattutto della battaglia vittoriosa che permise a una comunità di essere ancora libera, unita. Gli viene dato fuoco e poi viene simbolicamente conteso fra le varie frazioni, come una specie di rievocazione storica, in cui ogni furbata è valida pur di accaparrarsi il tronco, pur di non lasciarlo agli altri, non ci sono ostacoli umani, naturali o architettonici che tengano. Con il tempo il ricordo è diventato quasi un rituale, si è dimenticata la memoria storica dell’evento e gli sono stati aggiunti diversi valori e simboli propiziatori legati alla terra e al ciclo delle stagioni, rievocando unicamente il martirio della Santa, che in realtà, a dirla tutta, sul rogo non ci finì mai e morì per decapitazione. Ora lo Stollo di Santa Caterina è molto più alto e pesante di una bacchetta di artiglieria ma è una festa che ancora di più, alla luce di questa trasmissione preziosa che ci è stata regalata di generazione in generazione, che sarebbe potuta finire nell’oblio delle cose non dette, ma si tira con lo stessa necessità, come se dallo stollo dipendesse la vita della comunità, tirare è un onore, e solo chi tira e vince può provare quell’orgoglio che forse quei soldati portavano sulle spalle dopo aver salvato la Rocca e i suoi abitanti.