il monte Labro

foto: daniela zamperini

Daniela Zamperini

I

l monte Labro è una montagna alle pendici dell’Amiata, la sua cima è a 1193 metri sul livello del mare ed è un luogo mistico considerato sacro fin dai tempi degli Etruschi.

La sua terra fertile dalle tante risorse, l’aria viva e le energie che emana hanno attratto nei secoli molte persone che si sono fermate a riflettere e meditare in cerca di risposte alle domande dettate dal profondo dello spirito. Davide Lazzaretti ne ha lasciato il segno con la sua torre dove nella seconda metà del 1800 fondò la chiesa Giurisdavidica. Molti abitanti delle terre di monte Labro e anche dei paesi vicini, in quegli anni diventarono suoi seguaci ma anche chi non si riunì con lui ne aveva un gran rispetto.

Il comune di Roccalbegna si estende fino ai piedi di questo monte e quelle terre avevano un importanza fondamentale perché in quegli anni gran parte delle famiglie vivevano della piccola economia agricola, la maggior parte erano piccoli proprietari di terra, con un orto, una piccola vigna, olivi, pollaio, maiale e poco bestiame e erano così autosufficienti per il sostentamento. Per far fronte invece alle spese vendevano i pochi prodotti in eccesso e da questi ricavavano il denaro.

Le pecore erano molto importanti per mantenere in equilibrio questa economia perché dagli agnelli venduti si ricavavano il soldi, la lana veniva lavorata dalle donne per farne indumenti e quella in più ceduta in scambio di opere. Il latte infine veniva trasformato in formaggio per il consumo e per la vendita.

I terreni intorno al monte Labro erano molto importanti perché permettevano agli agricoltori di coltivare patate, cereali, raccogliere frutti e fare il fieno per gli animali nelle radure fertilissime, si potevano inoltre sfruttare i terreni più impervi con roccia affiorante per il ricco pascolo di pecore e vacche, asini e cavalli che erano invece principalmente usati come animali da soma, trasporto e lavoro.

Molte famiglie di Roccalbegna andavano ad estatare al monte Labro nelle capanne adibite a stalle in inverno e ripulite in primavera per ospitare le numerose famiglie che vi lavoravano per procurarsi le scorte necessarie, per tornare poi in paese prima dell’inverno che invece lassù era molto rigido.

Dalle testimonianze di chi ha vissuto quei momenti, ho capito che sono stati due i fattori principali che hanno portato allo spopolamento di questa zona.

Il primo si verificò quando nel nord Italia tante fabbriche richiesero maggiore mano d’opera e molti di quei giovani che fino ad allora erano stati impegnati in agricoltura, partirono per diventare operai e solo i vecchi e pochi altri giovani rimasero a lavorare la terra che iniziò quindi ad essere incolta.

Negli anni 50 infatti, i pastori sardi si insediarono sul monte Labro portando le loro pecore, dato che avevano capito che quelle terre erano adatte alla pastorizia, ripopolando molti poderi nel versante di Arcidosso. Nel versante di Roccalbegna invece, poche piccole aziende agricole, alcuni pensionati e altri lavoratori dipendenti continuarono nel loro tempo libero, sia per passione che per tradizione ad allevare animali allo stato brado fino però all’arrivo dei predatori (fine anni 80 inizi 90).

Questo è stato il secondo motivo di abbandono, in quanto i pastori furono costretti ad investire su metodi di prevenzione, come ad esempio i recinti e ad impegnare molto più tempo per controllare e governare gli animali, arrecando così spese e cambiamenti nella gestione dell’allevamento che comportò da allora la presenza costante di personale per il ricovero e la protezione degli animali, causando quindi la fine di molti greggi di pecore.

Si arriva così alla situazione attuale, per la quale oggi sono rimasti pochissimi allevatori, con la gran parte dei pascoli abbandonati e resi inaccessibili dalla quantità di piante infestanti che questa ricchissima terra alimenta.