il mio paese

La copertina del libro Il Mio Paese
foto di copertina del libro il mio paese

Violetta Zamperini

Nel secolo che ci ha da poco lasciato e che anche noi abbiamo abitato, aveva quattro orchestre, una banda che vinceva premi all’inizio del 1900, tanti musicisti, uno per tutti: Ettore Pandolfi, memorabili i suoi lanci di bacchetta… e le sue le note, che lui voleva suonate in un certo modo… e per farsi capire da tutti, diceva: “le voglio secche, secche, secche come le gambe di un saltello (grillo)!”

 – La prima linea della Rama istituita nella Provincia di Grosseto, nel 1913 il capolinea era a Roccalbegna, il pullman riposava nei garage, completi di uffici e biglietteria, fino al giorno dopo… poi di nuovo in partenza per Grosseto, attraversando il paese di Scansano.
– La processione della settimana santa, la chiamavano: “la processione di Gesù morto”, era una processione con tanti figuranti, ci partecipava tutto il paese: 
…chi assomiglia a Gesù? Chi ai “giudei” che giocano a dadi le vesti di Gesù? Chi farà Giuda?, Giuda, che si impiccava in piazza, e tutte le persone si fermavano… E la processione non andava avanti!
per l’occasione, arrivavano in paese…  migliaia di persone, “tutta la montagna” e Roccalbegna era conosciuta molto, anche per questo, Le nostre  campane, tante, quella piccola della Madonna, le tre di diversa grandezza per la chiesa grande, ma la più amata e la più temuta da tutti è la “campan grossa”, quella nel raro “campanile a vela“, accanto alla chiesa del Crocifisso, il suo suono è solenne, perentorio, commovente, penetrante… si sente dalla campagna,  accompagna le processioni e tutte le feste del paese, che fanno il cuore leggero, ma quando rintocca nei giorni normali la gente si ferma preoccupata, cerca con gli occhi un volto, per chiedere subito…  chi è? 
Per chi suona la campana? La “campan grossa” infatti annuncia la morte di un paesano, dai rintocchi diversi, le persone più anziane riconoscono se si tratta di un uomo o di una donna… e ci ricorda  a tutti, che “nessun uomo è un’isola, intero in se stesso… 
Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo dell’umanità”. 

IL LAVORO E IL TEMPO LIBERO

Poi le botteghe di stoffe e pannina, di vestiti e scarpe, ma anche officine, fabbri che erano artisti, sellai, carrai, falegnami, impeccabili sarti da uomo e sarte da donna, due fornite  macellerie, due forni di comunità,(tre cotture al giorno), il fornaio gridava i nomi delle donne, che si erano prenotate, per le vie nel paese, per avvertire, che iniziava l’infornata, e le donne portavano velocemente, il pane e il biscotto salato a cuocere, con il loro capisteio in testa, riconoscendo, dopo la cottura, il proprio pane grazie ad un timbro di famiglia apposto sul pane, e i biscotti salati, da un segno distintivo messo sugli stessi, chiavi, ditali… “frasche , “mescite”, ciabattini, calzolai, tre barbieri, botteghe di tegami ed utensili per la casa, cartolerie…

… Ma anche i Caffe’ più raffinati, dove non si andava solo nei giorni di festa, ma anche la sera tornando dalla campagna, dopo essersi “cambiati”, “le frasche” e le “mescite”, ce n’erano tredici, vendevano il vino prodotto nel paese, più bianco che rosso, ma, dato che era tanto, la gente viveva anche vendendolo fuori dal paese, soprattutto a Scansano…

-Poi l’Oliviera, e il giusto guadagno, ottenuto dalla vendita dell’olio, che era buona parte dell’economia del paese,… via dell’Olio, via dell’Oliviera ci sono ancora.
E’ triste vedere i nostri splendidi olivi, (olivastra e giogliaio), che si distendono ancora, come una coperta ricamata, lungo la valle del fiume Albegna, ricoperti di vegetazione, come lasciati lì da chi è dovuto andare via improvvisamente e non è più tornato… cercare di recuperarli è un nostro impegno doveroso, fanno parte della nostra geografia interiore, ma paradossalmente sono importanti per tutti, se siamo un popolo che ancora si può salvare… è perché abbiamo dentro, ancora questo paesaggio, insieme ai geni di Leonardo, (nel suo nome il suo paese), Michelangelo, Raffaello, Galileo, Garibaldi…

-Poi i mercati del bestiame, li facevano in un giardino posto in alto, i vitelli, i “birracchi”, le manze, facevano “più figura”, messe in “vetrina”, pronte per essere acquistate dai tantissimi mercanti arrivati da tutta la Provincia… e allora perchè non riproporre una Mostra della biodiversità dell’Amiata: le pecore amiatine, le vacche maremmane, la macchiaiola, le capre, ancora qui, … ancora in vetrina;

I NOMI

la storia, quella dei libri, attraversa e crea i nomi degli abitanti del paese: Etrusco, Socrate, Aristotele, Catullo, Antenore, Orazio, Telemaco, Spartaco, Aurelio, Remo, Paride, Plinio, Achille, Ettore, Galileo, Ciro, Romolo, Abramo, Ulisse, Priamo, Michelangelo, Raffaello, Lancillotto, Annita…, ma anche la passione per l’opera crea nomi in questo paese e allora: Rigoletto, Radames, Fedora, Gilda, Rodolfo, Egidio, Giovacchino, Adalgisa …

…Poi i nomi delle idee politiche: Lugano, Misiano nomi pericolosi, durante il fascismo,  si rischiava la galera solo per averli messi, molti i genitori, che furono obbligati a cambiare il nome ai propri figli…

poi tutti gli altri nomi, sempre bellissimi: Otello, Amleto, Tirreno, Celestino, Telene, Dolores, Rosita, Lola, Gesualda, Pamela, Marianna, Polisa, Elsa, Lorena, Matilde, Amerigo, Ernesto, Ado, Tito, Zanobi, Zelindo, Silvestro, Antenore, Ulisse, Eteocle, Smeraldo, Feldo, Leonello, Bartolo, Manfredo, Atis, Ioris, Giordano, Emole, Arsenio, Odoacre, Ottavio, Rinaldo, Annibale, Diomede, Eliseo, Agostino, Giovanbattista, Giovanmaria, Cristoforo, Demetrio, Omero, Virgilio, Eraldo, Dante… Mercedes, Eufrasia, Messinella, Minerva, Nicola (al femminile) Elia (al femminile) Rigoletta, Zoe, Alfea, Alvida, Cornelia, Miranda, Guglielma, Gisla, Zaira, Iolanda, Eldora, Zoraide, Clorinda, Maddalena, …

La grande biblioteca comunale nata a fine ottocento, dove le persone andavano a leggere i libri insieme, ha dato i suoi frutti… 

Ferdinando, detto Dando

era nato, con una proprietà di linguaggio incredibile, tutta la sua “razza” parlava in modo ricco e forbito, non c’entrava la scuola, in quegli anni era poca per tutti, ma Dando era il più bravo di tutta la sua “razza”, la gente andava da lui quando doveva scrivere una lettera importante!

Dando non aveva limiti, lettere d’amore, lettere agli uffici pubblici, controversie, richieste di aiuto, contatti con gli ospedali,…  una volta capito il problema Dando iniziava a scrivere… le sue lettere andavano in mano a fidanzati traditi, avvocati, dottori, ingeneri, preti… il problema era chiarito, molte volte anche risolto, difficilmente c’era bisogno di un’altra lettera…!

Il compenso, per questo immenso artista della parola:… un po’ di farina, ortaggi, una forma di cacio, una bottiglia d’olio a seconda della stagione!

Il nipote, Paolo, laureato tanti anni dopo, non si è limitato a scrivere la sua tesi, ha scritto tesi per mezza Grosseto!

I PALLONI

mongolfiere di carta velina, senza il cesto, vengono lanciati in occasione della Festa del Paese il 14 settembre, Festa del S.S.Crocifisso, viene chiamata anche la Festa dei palloni, da sempre costruiti a Roccalbegna, il padre conosciuto Lancillotto, detto Lanciotto, suoi anche i “razzi matti”, candelotti di polvere da sparo, “sparati” per la gioia di tutti durante le feste paesane, a seguire: Michele, Palide, Mauro, Andrea…)

I palloni partono al suono della “Triestina”, marcia composta da un musicista di Roccalbegna e,  suonata dalla banda locale, tutti noi pensiamo che, se i palloni non sono accompagnati nel cielo dalle note della Triestina, si rifiutano di partire e bruciano.

-Poi i nomi dei nostri posti, sarebbe bello fare una cartina: 

Vignali, Acquarello, Villa Magra, Vigna Murata, il Morticino, il Crepaccino, Prato Nanzi, Sciattafango, Le Crocine, il Lumacaio, il Pescinello, i Laschi, le Buche, I prati molli, Fontanella, le Pescinacce, l’Anguillaia, il Nebbiaccio, Bellavista, L’Apparita, Scacciamici, Macchiatori, Acquaviva, Puliticchia, Il Paiolaio, Poderaccio, Le Chiuse, il Vignone, il Colombaio,il Grillaione, ll Poggio dell’Orso, il Poggio del Madonnino, Le Pianacce, il Petriccione, Poggio Crivello, Pian di Cuccio, la Mandriaccia, il pozzo di Becco, la via Cupa, le coste del Gaggio, il sasso della Malasalvia, il Pero Giugnolo, il Congo, il Fosso del Forino, la strada dei Sassi Bianchi, la Fonte della Schiaccia, il Poggio dell’Orso, il Sasso Pinzuto, Poggio Cerrino, le Caprarecce, il Fosso dei Granchi, il Fosso del Castagno, il Vallone, Vanneca, i Pontoni, il Pianetto, il Termine, Bellavista, i Castagni, La Villa, Poggetti, fonte Vignacci, Poderini, Valentane, Dogana, Formicaiolo, Castagnolo, Marrucheto, Sassetta, Il Villino…

Ma anche i nomi di persona, che un giorno… chissà quando?! Vengono abbinati ad un posto, e rimangono insieme per sempre, anche se i campi vengono acquistati da altre persone, anche se i proprietari muoiono …

La Chiusa di Sille, la vigna di Piero, l’Orto di Boccio, il campo di Ottavio,l’Aia dell’Empicci, la strada di Vanneca, la macchia di Maddalena, Podere di Moggino e ancora la curva del Bardi, …, come non sentire, tutti, che il suono di questi nomi, se non familiare, ci risulta almeno conosciuto e ci dà le prime indicazioni sui posti che andremo a visitare , orientandoci …

“…Ci sono conoscenze, infatti, che hanno bisogno di amore, perché si traducano in pratiche. I nomi dei luoghi spesso riflettono i sentimenti e la qualità dei luoghi, più che la loro materialità. Restituire, in una nuova cartografia, la memoria di questi nomi, dei simboli, delle qualità… sarebbe restituire alle generazioni future un grandissimo capitale di conoscenze dei mondi dell’uomo.

Conoscenze, che, forse, si trasformeranno in amore…”

Vedete ….
Sono posti, i nostri, dove:
il biscotto: è salato
le biondine: sono le castagne più dolci
le maremmane: le vacche più belle
Argante: il somaro più forte
la briciolata: la ricotta calda, come neve sopra il pane
gli sputini: le meringhe
la crostata tutta insieme: il dolce più amato
i fiori accesi : i primi fiori che annunciano la primavera
accogliere una persona : fargli festa

Oggi con un tessuto sociale, sempre più lacerato, sentiamo il bisogno di ricominciare a tessere. “non si tratta di riappaesarsi nel passato, ma di appaesarsi oggi, con un proprio progetto, nelle coordinate dilatate e deformate del mondo che abitiamo. Su questo terreno occorre attestarsi identificando nuove risorse, tra le quali diventa fortissima quella della differenza, della particolarità di un territorio, quella del sapere profondo degli uomini e della sua trasmissibilità”

Ora….

Una foto che ci piace ricordare : (foto di copertina del libro il mio paese),
“staccata” da una parete di casa, c’è ancora l’anellino con la corda, “un gruppo in Piazza a Roccalbegna, davanti ad un bar”, siamo intorno al 1910, la foto è di un immenso valore, si vedono due giurisdavidici, i seguaci del Davide Lazzaretti, sono quelli con la lunga barba, era un loro segno distintivo, bambine bellissime, che danno la mano a bambine poco più grandi, altrettanto bellissime, che posano sorridenti, tutti gli uomini sono con il cappello, quelli saliti nella panchina, per andare più in alto nella foto, rivelano il loro “sanguigno carattere”,

Fabio è andato più in alto di tutti… ballava durante le feste “la Spagnola”, sui tavoli, lanciando in alto il suo cappello…, è morto a 33 anni, come il figlio Santi, ucciso vigliaccamente dai tedeschi l’11 giugno del 44);

… tanti sono con i baffi, anche questo era un segno distintivo: erano i “progressisti” ,

continueranno a portarli i baffi, spesso insieme alla barba, anche i socialisti, che durante il fascismo si ritroveranno, rischiando, ogni 1° Maggio, sul Cassero.

Ma quello che stupisce in questa foto, al di là del valore storico, sono le facce:

belle, austere, ma anche scanzonate, con atteggiamenti quasi di sfida, sorrisi ironici, vi traspare… orgoglio, sicurezza, voglia di esserci e di farsi vedere, consapevolezza di sé si direbbe oggi !

Fermarsi ad osservare il profilo di un vecchio o il sorriso di una donna, ammutolirsi ascoltando i rumori della natura, affrancarsi dalla calura sotto l’ombra di una quercia secolare, intravedere una scena accaduta secoli addietro in uno scorcio medioevale di un paese, perdersi nel tepore di un paesaggio luminoso d’estate, tramortito dall’incessante e ripetitivo canto delle cicale, dilungarsi su un sapore antico in una cantina… e attraverso ciascuna di tali occasioni, all’improvviso, trovarsi di fronte, oggettivamente, qualcosa che scopriamo di avere dentro da tempo…

E capire, forse per la prima volta, in modo così chiaro, quanto sia importante la ricerca del tempo dedicato a produrre se stessi.

Testo liberamente tratto e riadattato dal libro “Il mio Paese”.

Grazie a Violetta che lavora incessantemente con noi per tenere vivi i ricordi e le storie del nostro paese.